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DISORDINI ANCHE IN FRANCIA, ALBANIA E PORTOGALLO. DISAGIO GENERAZIONALE

Le manifestazioni di piazza stanno interessando tutta Europa. Anche nell’ultimo fine settimana i cortei e gli scontri con le forze dell’ordine si sono ripetuti soprattutto in Francia dove le strade si sono trasformate in un campo di battaglia che hanno visto protagoniste le frange più estreme dei “casseurs”. Barricate incendiate, lanci di oggetti a cui la Polizia ha risposto con idranti, gas lacrimogeni e cariche di alleggerimento. La mobilitazione generale organizzata contro il carovita, l’inflazione, le condizioni in cui versano le scuole, ha visto sfilare più di 300 mila persone solo a Parigi. Tensioni sono esplose anche in Albania. A Tirana dove gli studenti chiedevano le dimissioni del premier Edi Rama, le manifestazioni sono sfociate in vera guerriglia urbana con sassi e addirittura molotov scagliate contro le forze dell’ordine. L’ondata di proteste in Germania ha toccato almeno trenta città alimentata dalla cosiddetta ”generazione Z”, mentre in Portogallo al centro delle rivendicazioni anche l’emergenza abitativa e il caro affitti. Ma cosa lega questa rivolta contro i governi europei guidata dai giovani? Si può parlare di un altro “Sessantotto”? Guardando anche lo scenario italiano a fianco dei manifestanti inseriti in reti e collettivi studenteschi o antagonisti, comunque riconoscibili da una matrice “politica”, sono scesi in campo in maniera spontanea e “inedita”, spesso disorganizzata, migliaia di giovani che hanno sfogato rabbia, frustrazione e violenza. Dando luogo come si è visto in Italia, soprattutto a Milano, a saccheggi, furti, danneggiamenti. Forse senza una vera ragione, a dispetto di ogni implicazione “ideologica” o legata a carovita e riarmo, ed in modo spesso scoordinato e per questo non meno pericoloso. Ma sull’onda di messaggi diffusi dai social media che hanno dimostrato avere un ruolo centrale nei disordini e nella spinta emulativa collettiva. Riduttivo ricondurre le rivendicazioni al bisogno di un maggiore “ascolto”, riconoscimento e partecipazione dei giovani che dicono di sentirsi dimenticati dai governi in quelle decisioni che riguardano il proprio futuro. C’è sicuramente dell’altro. Ed è questa la sfida che attende ora le istituzioni. C’è da capire inoltre perché tanti minori si siano mescolati ai dimostranti, incappucciati, vestiti di nero, armati di spranghe, fumogeni, bombe carte, razzi. Mutuando per di più le modalità d’azione dei “colleghi” d’oltralpe, riprendendosi con gli smartphone nei saccheggi, condividendo le scene di devastazione in tempo reale, e scagliandosi contro la polizia.  Una mobilitazione la loro frammentata, disomogenea e priva di una vera leadership riconoscibile, capace però di convogliare diverse componenti sociali, tra cui quella dei cosiddetti ragazzi di seconda generazione, in un unico obiettivo di violenza, distruzione e ribellione all’autorità costituita.

S.B


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