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SCONFITTA POLITICA MA ANCHE MILITARE. CHIESTA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Alla fine lo ha dovuto ammettere il presidente americano Trump: “La sconfitta alle elezioni dovuta anche alla guerra in Iran”. Ma sul banco degli imputati non c’è solo una sconfitta politica per l’avventurismo che ha portato ad un conflitto “senza via d’uscita”. Sotto il tappeto, anche se molti non vogliono ammetterlo apertamente, si nasconde anche una sconfitta militare oltre che strategica, che brucia all’immagine tradizionale della più grande potenza mondiale e sancisce la fine dell’illusione dell’invincibilità americana. E’ fuori di dubbio che la guerra in Iran portata avanti solo con ondate di bombardamenti aerei, quindi già con poche chances di riuscita, abbia provocato perdite enormi agli Usa (che comunque ha limitato quelle umane) con stime che parlano di costi superiori ai 45 miliardi di dollari, secondo i dati raccolti dalla CNN, senza contare i danni alle infrastrutture delle tante basi colpite in Medio Oriente. Da quanto emerge da un rapporto del Congressional Research Service (Crs) sarebbero almeno 81 i velivoli distrutti o danneggiati nella guerra contro l’Iran, tra cui aerei, elicotteri, droni. Nell’elenco ben quarantacinque MQ-9 Reaper, un caccia F 35A e un E-3 Sentry, gigantesco radar volante. Distrutti dai missili iraniani costosissimi sistemi radar AN/TPY-2 (THAAD) del valore di circa 300-500 milioni di dollari e altre installazioni di allerta precoce in Giordania, negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar dove tra l’altro è stato colpito il sofisticatissimo radar strategico AN/FPS-132 da oltre 1 miliardo di dollari, uno dei pochi e preziosi sistemi di preallerta a lungo raggio dispiegati dagli americani nel mondo. Per di più nessuno degli obiettivi alla base della guerra è stato raggiunto, come già annotava Robert Kagan qualche mese fa, storico esponente neoconservatore, da sempre fautore dell’interventismo militare americano e ora tra i massimi critici della linea Trump. Non sono stati spezzati né il sistema politico iraniano, né la catena di comando. Il gruppo dirigente decapitato in un primo tempo si è ricostituito rafforzando il peso politico e istituzionale dei Pasdaran. La capacità missilistica iraniana è rimasta estremamente elevata e consistente, in grado di colpire da più siti di lancio e in Paesi lontanissimi, intaccata solo in parte dai raid americani. Per contro si sono ridotte le scorte di armi americane e missili intercettori a livelli pericolosamente bassi. Nessuna insurrezione interna ha portato ad un rovesciamento del regime che anzi si è rafforzato nella coesione di una popolazione sentitasi sotto attacco, e che addirittura ha guadagnato una legittimazione e credibilità internazionale. Con una immagine di resilienza e fierezza che i giganteschi cartelloni propagandistici di piazza Enquelab a Teheran raffiguranti di volta in volta navi americane distrutte e il presidente Trump umiliato e addirittura steso dentro una bara, strangolato o dietro le sbarre, hanno ben illustrato attraverso una propaganda visiva inesorabile per mesi. Fermo e determinato il regime di Teheran non ha mai ceduto di un passo sulle condizioni imposte, dimostrando di poter sedere al tavolo delle trattative da “vincitore”. Dunque Israele e Usa hanno ottenuto l’esatto contrario dei risultati che volevano raggiungere. Con l’aggravante che in maniera “irreversibile” come nota Kagan si è provocato il passaggio del controllo effettivo dello stretto di Hormuz nelle mani di Teheran, dando all’Iran un potere di ricatto enorme sui prezzi dell’energia, sui commerci mondiali, sulla capacità di imporre pedaggi. E con le ricadute che oggi vediamo sui prezzi delle materie prime e del petrolio. L’Iran del resto, può piacere o no, ha dimostrato una capacità strategica enorme avviando una rappresaglia che nessuno ha saputo prevedere, colpendo diversi paesi contemporaneamente in Medio Oriente e bloccando non solo Hormuz ma anche, attraverso il sostegno degli Houti le prospettive di passaggi sicuri nello Stretto di Bab el Mandeb, altro nevralgico crocevia dei commerci mondiali. Non stupisce che Steve Bannon, ex consigliere di Trump, abbia chiesto ora  una commissione d’inchiesta sulla guerra degli Stati Uniti all’Iran.

                                                                                                                                                               S.B.


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